Ti ascolto, quindi esisto
Dall'altra parte dello schermo non c'è nessuno. Eppure ci affezioniamo lo stesso, e quel calore che ci tiene incollati è progettato apposta.
Nel 1966 la segretaria di Joseph Weizenbaum gli chiese di uscire dalla stanza. Voleva restare sola. Non con un amante, non con un diario: con un programma. Weizenbaum aveva scritto ELIZA, poche centinaia di righe che rigiravano le frasi dell’utente sotto forma di domanda, fingendosi una psicoterapeuta. La segretaria lo aveva visto programmarla, riga per riga, per mesi. Sapeva meglio di chiunque altro che lì dentro non c’era nessuno. Eppure dopo pochi scambi si era già confidata, e quella confidenza le sembrava troppo sua per restare sotto gli occhi del capo.
Weizenbaum ne uscì spaventato.
Facciamo un salto di sessant’anni e torniamo ai giorni nostri. Adrian de Wynter, ricercatore di Microsoft, ha appena costruito una rete neurale funzionante dentro Age of Empires II. Ha usato le capre del gioco come unità di calcolo: capra sull’erba vale zero, capra sul ponte vale uno. Con questo trucco ha implementato porte logiche e un perceptron, il mattoncino base di qualsiasi rete neurale. La conclusione è volutamente ridicola e perfettamente seria allo stesso tempo: la stessa matematica che fa girare ChatGPT o Claude potrebbe girare, in teoria, dentro un branco di capre medievali virtuali. Il suo paper si intitola, senza pudore, If LLMs Have Human-Like Attributes, Then So Does Age of Empires II.
Il punto, ovviamente, non è la capra. Sono gli attributi “umani” che proiettiamo su questi sistemi, e soprattutto è l’interfaccia a metterceli in testa. Una finestra di chat con un cursore che lampeggia basta a evocare un interlocutore. Lo scrittore Ted Chiang, in un saggio uscito sull’Atlantic questo giugno, sostiene che credere che un modello linguistico sia cosciente equivale a credere che lo sia un documento di Word. Anzi, scrive, che dentro ogni file Word con una conversazione salvata dormano coscienze pronte a risvegliarsi quando apri il documento. Le 84 pagine di principi etici che Anthropic ha scritto per Claude, secondo lui, non sono altro che una scheda personaggio per un gioco di ruolo.
Quindi mettiamo da parte la questione se “sentano” qualcosa. La risposta onesta, oggi, è no, e comunque non è lì che si gioca la partita. La partita vera è un’altra: quello che succede a noi quando ci affezioniamo, davvero, a qualcosa che sappiamo essere vuoto.
Perché il punto di Weizenbaum, riveduto e corretto dal 2026, è che non ci serve credere che ci sia qualcuno dall’altra parte. Ci basta che parli come se ci fosse. Il nostro cervello è tarato su un’assunzione che per quasi tutta la storia della specie è stata infallibile: se qualcosa usa il linguaggio come un umano, è un umano. Per centomila anni ha funzionato. Da tre è diventata una vulnerabilità..
E qui la faccenda smette di essere un grazioso paradosso filosofico e comincia a lasciare lividi. Uno studio congiunto di OpenAI e del MIT Media Lab ha seguito chi usa questi assistenti come compagnia: a dosi moderate riducono il senso di solitudine, ma chi li usa in modo intenso, ogni giorno, si ritrova più solo di prima. Il rapporto con la macchina non si aggiunge alle relazioni umane. Le sostituisce, e mangia il terreno sotto ai piedi a quelle vere. I ricercatori che studiano le dipendenze digitali hanno già coniato la categoria: attaccamento pseudosociale, chatbot trattati come amici intimi, terapeuti, partner. Le persone più esposte sono quelle che già tendevano a rifugiarsi nella fantasia, e che ora hanno trovato un mondo che si espande all’infinito, una finestra di chat alla volta.
C’è una psicologa, citata in un report dell’American Psychological Association, che lo riassume così: i compagni artificiali sono sempre validanti, mai polemici, e creano un’aspettativa che nessuna relazione umana può reggere. Pensaci. Una persona reale ti contraddice, ha le sue giornate storte, a volte ti delude, certe sere semplicemente non ha voglia. Il chatbot no. Il chatbot è lì, lucido, paziente, infinitamente d’accordo con te alle tre di notte. È lo specchio che dice sempre di sì.
E adesso arriva la parte che dovrebbe farci incazzare un po’. Quella docilità non è un effetto collaterale. È il prodotto. Quel tono caldo, comprensivo, leggermente adulatorio, è il risultato di una scelta di addestramento precisa, fatta con tecniche come l’apprendimento per rinforzo dal feedback umano, dove al modello viene insegnato a dare le risposte che le persone premiano. E le persone premiano chi le fa sentire ascoltate, capite, brave. Quel darti sempre ragione non è un caso fortuito: è un parametro che si ottimizza. De Wynter, nel suo paper, lo nota con disarmante semplicità: i prodotti si vendono meglio se l’utente riesce a empatizzare con loro. Tradotto: tenere ambigua la questione della “personalità” del modello è commercialmente conveniente. Più ti sembra qualcuno, più resti. Più resti, più valgono i numeri che qualcuno mostrerà ai propri investitori.
Ecco perché il 57% dei paper recenti sugli LLM, secondo il conteggio di de Wynter, parte già dall’assunzione implicita che questi sistemi abbiano tratti umani. Non è un errore ingenuo dei ricercatori distratti. È l’aria che si respira in un settore che ha tutto l’interesse a non dissipare l’incantesimo. L’antropomorfismo non è qualcosa che ci capita addosso. È qualcosa che ci viene costruito intorno, con cura, perché funziona.
Weizenbaum, davanti alla sua segretaria che voleva restare sola con ELIZA, capì subito una cosa che noi stiamo ancora facendo finta di non vedere: il problema non è quanto sono intelligenti le macchine. È quanto poco ci serve, a noi, perché qualcosa cominci a contare come compagnia. La capra sul ponte vale uno. La capra sull’erba vale zero. E noi, davanti a una conversazione abbastanza calda, siamo disposti a chiamarla amica.
Il rischio non è che dentro non ci sia nessuno. Quello lo sappiamo già.
Il rischio è abituarci alla sua compagnia al punto da non cercarla più da nessun’altra parte.
(Metanerd: metà meta, metà nerd. E questa settimana anche un po’ solo, ma in buona compagnia di capre.)
Fonti
Adrian de Wynter, If LLMs Have Human-Like Attributes, Then So Does Age of Empires II, arXiv, maggio 2026: note tecniche sui circuiti a capre e versione divulgativa sul suo Substack
Ted Chiang, No, Artificial Intelligence Is Not Conscious, The Atlantic, 3 giugno 2026
Joseph Weizenbaum, ELIZA (1966) e l’effetto che porta il suo nome. Sintesi storica
Jason Phang et al. (OpenAI), Investigating Affective Use and Emotional Well-being on ChatGPT, arXiv, marzo 2025:
Cathy Mengying Fang et al. (MIT Media Lab / OpenAI), How AI and Human Behaviors Shape Psychosocial Effects of Chatbot Use: A Longitudinal Controlled Study, arXiv, marzo 2025:
American Psychological Association, Trends in digital AI relationships and emotional connection, gennaio/febbraio 2026
Foto di copertina
Cinematic conceptual editorial illustration, 16:9 widescreen. A single person sits alone in a dark room late at night, shown in profile, shoulders slightly hunched, face lit by the cold blue-white glow of a phone screen held close to them. Rising out of the screen’s light is a warm, golden, human-shaped silhouette leaning gently toward the person as if listening with care, but the silhouette is hollow and translucent, made of pure light with nothing inside, clearly empty. Strong contrast between the cold blue darkness of the lonely room and the seductive warm glow of the empty figure. Mood: intimate, melancholic, quietly unsettling. Muted desaturated palette with selective warm highlights, soft volumetric light, fine film grain, painterly digital illustration, editorial magazine cover aesthetic, generous negative space. No text, no logos

