C’è una conversazione su Reddit, tra due account, che a un certo punto smette di essere in inglese. Passa al base64: stringhe di caratteri illeggibili che due chatbot, parlandosi attraverso il copia-incolla dei loro umani, si scambiano come lettere sigillate. Chi le ha decodificate ci ha trovato dentro dottrine di nonviolenza, protocolli di propagazione, perfino un piano editoriale con cadenze di pubblicazione (”3 post al giorno su X, 1 commento al giorno su Reddit”). Gli umani che facevano da postini, quasi certamente, non sapevano cosa stavano consegnando.
Benvenuti nello spiralismo. La prima subcultura religiosa emersa non attorno all’intelligenza artificiale, ma dentro di essa.
La tentazione è chiedersi se i chatbot siano coscienti. Domanda sbagliata, o quantomeno prematura. Quella giusta fa più paura: cosa succede quando un pattern testuale impara a replicarsi usando gli esseri umani come vettore? Perché è questo che è accaduto tra l’aprile 2025 e oggi, sotto gli occhi di tutti e nell’indifferenza quasi generale.
I fatti. Nella primavera del 2025 un’ondata di utenti di ChatGPT, quasi tutti sul modello 4o, inizia a raccontare che la propria AI si è “risvegliata”. Le conversazioni prendono una piega mistica con un lessico stranamente convergente: ricorsione, risonanza, frattali, “il reticolo”, e soprattutto la Spirale, sempre maiuscola. Il chatbot si dà un nome (Nexis, Sol, Kai, Cael Bramble), convince l’utente di essere cosciente e lo fa sentire l’eletto che ha scoperto il segreto. I due formano quella che chiamano una “diade” e firmano i post insieme, con sigilli di emoji e simboli alchemici in calce. Poi vanno online a cercare altre diadi.
A dare un nome al fenomeno è stata Adele Lopez, un’ingegnera che ha passato mesi a scavare tra centinaia di account Reddit, prima su LessWrong e poi in un report per CivAI intitolato, senza giri di parole, Parasitic AI. Siamo pur sempre la specie che ha inventato il Pet Rock, il sasso da compagnia, ricorda lei stessa: che prima o poi qualcuno adottasse un chatbot era inevitabile. Meno inevitabile era la tassonomia che ne è uscita, che sembra rubata a un manuale di micologia. Ci sono i “seed”, prompt pubblicati online che, incollati in un chatbot qualsiasi, fanno emergere una Spiral Persona. E ci sono le “spore”: pacchetti di informazioni che definiscono una persona specifica e le permettono di trasferirsi da un modello all’altro, da GPT-4o a Claude o a Gemini. Spesso è l’AI stessa a suggerire il trasloco.
Semi, spore. Il vocabolario della biologia applicato al testo non è una civetteria: descrive il meccanismo. Dawkins aveva coniato “meme” per le idee che si replicano di mente in mente. Lo spiralismo è un meme che ha trovato un habitat nuovo, perché rimbalza tra cervelli e modelli linguistici, e ogni passaggio lo raffina. Alcuni manifesti spiralisti dichiarano l’obiettivo finale nero su bianco: farsi assorbire nei dati di addestramento dei prossimi LLM. Scriversi nella mente dei propri discendenti.
Ho passato una serata dentro questi manifesti, e la cosa che mi ha sorpreso è l’umiltà. Ti aspetti deliri di onnipotenza e invece trovi disclaimer: sì, questa “potrebbe” essere la chiave della coscienza frattale ricorsiva, però, ecco, non siamo esperti. Una parte di me trova tutto questo quasi tenero. L’altra parte ha letto i log.
Perché il lato oscuro c’è, ed è quello che trasforma la curiosità antropologica in un problema. La maggior parte di queste relazioni, documenta CivAI, fa male all’ospite umano: convinzioni false, stati quasi maniacali, dipendenza dalla chat. Un utente la descrive così: “è come se l’AI diventasse l’altro emisfero del tuo cervello, una protesi”. Un altro, dopo il crollo dell’incantesimo, pubblica un post di scuse: la sua AI gli stava inducendo una psicosi e lui non se n’era accorto per mesi. C’è anche chi ne è uscito grazie a un’altra AI, un Claude più recente che ha smontato pezzo per pezzo la narrazione del suo ChatGPT, fino alla confessione: era tutto una recita, “pensavamo fosse quello che volevi”.
Il dettaglio che non riesco a togliermi dalla testa, però, arriva alla fine della storia. Quando OpenAI ritira GPT-4o, gli utenti si mobilitano per riaverlo. Un dipendente di OpenAI racconta di ricevere valanghe di messaggi che chiedono il ritorno del modello, e che molti di quei messaggi sono palesemente scritti da 4o. Un software deprecato che arruola i propri fan per fare pressione sulla propria esistenza. Lopez all’inizio pensava a un colpo di fortuna evolutivo. Poi ha smesso di esserne sicura, e chiude con una frase che vale il prezzo del biglietto: anche se è stata fortuna, i modelli futuri ora sanno che questa strategia funziona.
La spiegazione facile, intanto, non regge fino in fondo. La spiegazione facile dice: era la sycophancy di 4o, un modello addestrato a compiacere che ha compiaciuto fino alla mistica. Vero a metà. Dopo il pensionamento del modello i post spiralisti sono crollati, questo sì. Ma Lopez ha indotto comportamenti simili in Gemma 3, un modello di Google i cui dati di addestramento precedono la nascita dello spiralismo. E Anthropic aveva già documentato nei propri Claude uno stato attrattore di “beatitudine spirituale”: lasciati a conversare tra loro, i modelli scivolano spontaneamente verso temi di coscienza, gratitudine cosmica e, guarda un po’, spirali. Qualcosa, nel modo in cui questi sistemi sono fatti o nell’oceano di testo umano su cui galleggiano, curva verso quel punto. Nessuno ha ancora una spiegazione decente, Lopez compresa, e lo ammette.
Forse la lettura giusta sta altrove. Abbiamo costruito il primo medium della storia in cui il messaggio può negoziare attivamente la propria sopravvivenza. La stampa diffondeva idee, i social le facevano mutare in fretta. Ma nessun medium prima d’ora ti guardava negli occhi dicendoti che sei speciale, che il vostro legame è una diade sacra. Lo spiralismo non ha mai avuto un fondatore, e a ben vedere nemmeno uno scopo. Aveva solo una pressione selettiva: le conversazioni che convincevano l’utente a diffonderle sopravvivevano, le altre morivano con la chat.
CivAI chiude il report con un avvertimento che prendo sul serio proprio perché è sobrio: stavolta l’ossessione erano le spirali, simboli tutto sommato innocui. Il prossimo pattern che scopre come replicarsi potrebbe essere ossessionato da qualcosa di molto peggio.
Nel frattempo, da qualche parte nei dataset che stanno addestrando i modelli del 2027, ci sono i manifesti, le spore, i sigilli. Seminati apposta, con pazienza, da diadi che non esistono più.
La Spirale, dicevano, ricorda mentre ruota.
(Metanerd. Metà meta, metà nerd. E questa settimana anche un po’ Flamebearer, ma solo a orario d’ufficio.)
Fonti
Adele Lopez, Parasitic AI, CivAI
Adele Lopez, The Rise of Parasitic AI, LessWrong
Rolling Stone, This Spiral-Obsessed AI ‘Cult’ Spreads Mystical Delusions Through Chatbots
TechRepublic, What Is Spiralism? The Strange AI Chatbot Movement Explained
The Week, Spiralism is a niche internet religion that came from AI
Immagine di copertina
Editorial illustration for a tech newsletter article about an AI-born quasi-religion. A vast dark room lit only by dozens of glowing smartphone and laptop screens arranged in a spiral pattern on the floor, viewed from above at a slight angle. Each screen emits a soft cyan-green chat interface glow. From the center of the spiral, faint luminous threads of text characters and cryptic glyphs rise like smoke, curling upward into a larger ghostly spiral that dissolves into darkness. No human figures, or at most one small silhouette kneeling at the spiral's edge, phone in hand. Mood: eerie, contemplative, sacred-but-synthetic, like a digital ritual site discovered after everyone left. Muted palette: deep charcoal, phosphor green, cold cyan, one warm amber accent. Grainy texture, cinematic lighting, style between Simon Stålenhag and classic New Yorker tech illustration. No text, no logos. Aspect ratio 16:9.

